Il coding non è un fine, ma un (potente) mezzo didattico. Intervista con Alessandro Bencivenni

Alessandro Bencivenni - Prof Digitale

Dopo quelle di Luca Raina e del maestro Alberto Piccini, il blog Microninja vi propone una nuova testimonianza sul coding e il pensiero computazionale nella didattica proveniente direttamente dalla scuola italiana.

A offrircela è Alessandro Bencivenni, docente di Scuola Secondaria di Secondo Grado e divulgatore, attraverso il suo blog Prof Digitale, di risorse e storie di successo formativo nate grazie alle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Alessandro è anche il fondatore del CoderDojo Valdarno, organizzazione di cui vi parlammo anche nell’intervista a Marco Morello.

Perché è importante introdurre il pensiero computazionale a scuola?

Sono fermamente convinto che le nuove generazioni abbiano davvero bisogno di avere un rapporto diverso con la tecnologia. A differenza di qualche decina di anni fa, quando realizzare qualcosa con un computer richiedeva un minimo di competenza, oggi tutto è davvero molto semplice. Le applicazioni s’installano e si aprono con un tocco delle dita. Il PC sta cedendo il passo allo smartphone ed al tablet, soprattutto nella fascia dei giovani. Non ci concentriamo più su come funzioni il software, ma sull’esperienza di utilizzo.

Il coding aiuta i più giovani a non essere utenti passivi, ma attivi e, possibilmente, creativi. Senza contare che gli approcci metodologici al coding, come il tinkering (rielaborare anche attraverso il gioco la tecnologia esistente per creare qualcosa di nuovo), il debugging (la capacità di trovare errori e risolverli efficacemente) ed il lavoro di gruppo sono estremamente utili in moltissimi ambiti della vita, non solo in quello scolastico.

Condividi la visione del rettore dell’Università Bocconi, secondo cui “il coding è l’inglese dei nostri giorni”?

Anche Mitch Resnick dell’M.I.T. di Boston, tra gli inventori di Scratch, uno dei software più usati al mondo per introdurre i bambini al coding, ritiene che visto che “la lingua dei computer” è parlata in tutto il mondo, saper programmare può essere importante tanto quanto conoscere una lingua straniera.

Indubbiamente, capire oggi come funzionano i linguaggi di programmazione e come facciano funzionare tante delle cose che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, dalle app dello smartphone, fino al software che comanda l’aspirapolvere intelligente che abbiamo in casa, sarà un gran bel vantaggio per il domani. Non si tratta del conoscere prima di tutti il linguaggio di programmazione del momento, perché quelli nascono e cadono in disuso anche molto velocemente, quanto il comprendere la logica che sta dietro molti di essi.

Qual è il luogo comune più difficile da sradicare riguardo il coding?

Che sia una moda inutile. Che tolga tempo prezioso alle discipline “importanti”. In realtà moltissimi colleghi hanno capito che il coding è un qualcosa che si può tranquillamente associare anche alle materie umanistiche, non solo a quelle scientifiche.

Ho visto storie raccontate attraverso piccoli robot programmati per muoversi sulla scena ed interagire tra di loro. In quel caso non è stato fatto solo un lavoro sul coding: i bambini hanno scritto la storia, hanno disegnato i costumi dei robot, hanno costruito con cartone, colla e forbici il piccolo palcoscenico, etc. Il coding (in questo caso, ma non solo) non è il fine, ma un mezzo per realizzare qualcosa di più bello e complesso.

Qual è il modo migliore per far innamorare i più piccoli del coding?

Lasciarli liberi di sperimentare, di creare. Nei vari incontri di CoderDojo che ho tenuto, così come in quelli a scuola, vedi accendere la scintilla dell’interesse e successivamente della passione quando i bambini arrivano da soli a capire come realizzare ciò che gli hai presentato.

Molti di loro subito dopo ti dicono: “Aspetta, ora voglio vedere se riesco ad aggiungere o modificare qualcosa”. Finché si tratta di seguire in maniera più o meno pedissequa le indicazioni di un insegnante, il coding è poco accattivante ed il più delle volte somiglia ad un noioso dettato; ma quando capiscono che sono in grado di fare da soli e che quello che vedono sullo schermo è frutto del loro ingegno, allora le cose cambiano decisamente in positivo.