Fare coding è facile, basta un po’ di fantasia! – Intervista con Alessandro Bogliolo

Alessandro Bogliolo

Già da qualche anno il coding va affermandosi in ambito educativo, grazie a numerose iniziative ministeriali e non mirate a diffonderlo come strumento didattico. Pensiamo, ad esempio, alla Europe Code Week, la settimana europea del coding, che ogni anno a ottobre permette a decine di migliaia di studenti e docenti di mettersi in gioco – anche per la prima volta – nel mondo del coding e del pensiero computazionale.

Tra gli “evangelisti” italiani più attivi possiamo annoverare di diritto Alessandro Bogliolo, docente dell’Università di Urbino e ambasciatore del pensiero computazionale e referente italiano della già citata Europe Code Week. Un’attività che ha portato l’Italia a essere tra i paesi capofila, il primo ad applicare sistematicamente la Hour of code nelle scuole e tra i più attivi nel creare e promuovere eventi di divulgazione dentro e fuori le scuole.

Al professor Bogliolo abbiamo chiesto supporto per dirimere alcuni dei dubbi che i docenti e i genitori affrontano nell’approcciare il mondo del coding e del pensiero computazionale.

Ecco l’intervista completa!

Quali vantaggi offrirà il coding ai bambini che saranno adulti nel 2030?

Dobbiamo innanzitutto chiarire l’accezione del termine “coding“. Io intendo per coding l’utilizzo didattico e ludico di strumenti intuitivi di programmazione per favorire lo sviluppo del pensiero computazionale e comprendere gli aspetti algoritmici della vita quotidiana e di ogni disciplina di studio. Mi rendo conto che la definizione è pedante, ma la pratica del coding non lo è. Si può praticare il coding giocando anche senza computer, robot o dispositivi elettronici. Basta la fantasia.

Veniamo alla domanda: i bambini che praticano il coding si abituano a trovare procedimenti costruttivi per realizzare le proprie idee. Comprendono e sperimentano quotidianamente la potenza di un linguaggio rigoroso, che trasforma il pensiero in azione.

Esercitano la propria creatività avendo strumenti adeguati ad esprimerla. È facile immaginare che da adulti sapranno fare tesoro di questa capacità trasversale, in qualsiasi ambito lavorativo.

Qual è, a suo giudizio, l’ostacolo maggiore allo sviluppo strutturato e sistematico del coding in tutte le scuole?

Per rispondere devo di nuovo soffermarmi sull’accezione del termine “coding“. Il coding praticato in modo trasversale ha bisogno solo della volontà e della consapevolezza degli insegnanti. Fortunatamente in Italia sono davvero tantissimi gli insegnanti già impegnati su questo fronte e il Ministero ha offerto piena legittimazione e buon supporto alla sperimentazione.

Confido che si possa procedere su questa strada consolidando quello che a livello internazionale è già riconosciuto come primato italiano. Ma “coding” vuol dire anche programmazione, che è il cuore dell’informatica e merita di essere insegnata come ogni altra disciplina. Per farlo non basta un’azione dal basso, servono sillabi, curricoli e competenze specifiche.

Su questo fronte ritengo che la strada sia ancora lunga, ma ci sono già solide proposte, tra le quali quella elaborata dal Consorzio CINI e già presentata al MIUR.

Qual è il luogo comune più difficile da sradicare riguardo il coding?

Ce ne sono diversi e mi limito a citarne due.

Il primo è che fare coding abbia soltanto a che fare con l’uso di dispositivi elettronici in classe. Basta cercare in rete “coding unplugged” per capire che il coding ha a che fare con il pensiero e non con la tecnologia.

Il secondo è che fare coding significhi insegnare informatica. Questo è un luogo comune più ragionevole e più difficile da sradicare, ma vale la pena di provarci alla luce di quanto ho già detto. Il coding (nella prima accezione del termine) non viene insegnato, ma praticato insieme agli alunni da insegnanti di qualsiasi ambito disciplinare.

L’informatica, che comprende la programmazione, come dicevo in risposta alla precedente domanda, come ogni disciplina dovrebbe essere insegnata da docenti con competenze specifiche e in modo strutturato. Gli strumenti e i metodi possono anche essere gli stessi, ma l’approccio è completamente diverso.