Catturare l’attenzione dei bambini col coding: intervista con maestro Alberto Piccini

Maestro Alberto - Coding

Nelle scorse settimane Alessandro Bogliolo, Marco Morello e Luca Raina hanno condiviso sulle pagine di questo blog le loro riflessioni sul coding come strumento didattico nelle scuole del nostro paese.

Alla loro testimonianza si aggiunge oggi quella “in prima linea” di Alberto Piccini, meglio conosciuto sul web come maestro Alberto. Il suo blog è rivolto a docenti, genitori e formatori interessati al mondo della scuola primaria, alla ricerca di indicazioni e suggerimenti sul tema delle nuove tecnologie applicate alla didattica. Incluso il coding, naturalmente!

Come ti sei avvicinato all’insegnamento e divulgazione del coding?

Sono un appassionato di tecnologia e di internet e ho sempre cercato di trasmettere questa mia passione ad allievi e colleghi, anche se la scuola non prevede in modo ufficiale ed istituzionalizzato l’insegnamento dell’informatica e conseguentemente del coding.

Per rendere l’idea, nella seconda metà degli ‘80, ho scritto la mia tesi di laurea da solo in DOS, nell’era in cui di solito si digitava con la macchina da scrivere e Windows non esisteva. Nel 2005 poi ho aperto il mio primo blog dando libero sfogo alla mia passione per il web e coltivando la mia attitudine divulgativa.

È stato quindi del tutto normale per me l’approccio al coding come insegnante prima e come formatore poi. In un certo senso l’ho sempre preso in considerazione, anche se in forme diverse da ciò che viene proposto oggi a scuola.

Quali sono le reazioni dei bambini al coding?

Non sempre è facile suscitare interesse nei bambini e non soltanto a scuola. Tuttavia, quando sin dal primo approccio al coding con semplici attività scaturisce in loro un senso di divertimento, di meraviglia e di stupore, allora si capisce che si è scoperto un mezzo valido di insegnamento da coltivare e approfondire, una chiave per entrare dentro le loro menti, un potente grimaldello didattico: si è imboccata una strada in discesa.

Non sono molte le occasioni in cui a scuola è possibile coltivare la creatività e dare spazio alle varie forme di intelligenza in modo inclusivo e collaborativo come accade con il coding. Se tutto questo facilita il compito di noi insegnanti nel catturare l’attenzione, entusiasma i bambini e li rende felici, ben venga!

Di solito sono proprio loro a chiedere: “Maestro, facciamo coding?”, “Inventiamo una scheda in pixel art?”, “Quando ci fai usare i robot?”

Sta agli insegnanti sfruttare questa energia positiva, valorizzare l’aspetto ludico e canalizzare la voglia di fare con proposte intelligenti ed utili. Nel riuscire a fare ciò, nel raccogliere questo tipo di sfide rientra in gioco il senso più profondo della nostra professione e della nostra missione didattica.

Quali vantaggi offrirà il coding ai bambini che saranno adulti nel 2030?

Quando a tutti noi adulti viene chiesto cosa è rimasto della scuola che frequentavamo da bambini e da ragazzi, in maggioranza assoluta rispondiamo che è l’amore per qualche materia suscitato da un bravo maestro o professore.

Se non hai un bravo insegnante, una persona in grado di comunicare con profondità in modo coinvolgente ed appropriato, non sarà molto ciò che di buono rimarrà e questo vale anche per il coding.

Nello svolgere attività di coding a scuola, s’intravede già il talento, l’attitudine e la passione di alcuni. Magari questi ragazzi saranno i programmatori, gli sviluppatori o addirittura gli hacker del futuro, ma è importante che anche chi sarà medico, impiegato o semplice operaio conosca e sappia usare i mezzi informatici in modo consapevole e non passivo. Tutti i mestieri del futuro avranno sempre più a che fare con la rete e la tecnologia, anche quei pochi che oggi non la prevedono. Questo accadrà a tutti anche nello svolgere i normali compiti che ci aspettano nella vita di tutti i giorni.

L’insegnamento del coding, all’interno di un programma di divulgazione informatica e digitale più ampio e strutturato, può sicuramente aiutare in questo senso.

Se potessi intervenire a livello istituzionale e legislativo, quali misure prenderesti per la diffusione del coding nelle classi?

Dobbiamo dire a chiare lettere che ad oggi il coding non è una “disciplina” scolastica ufficiale istituzionalizzata, anche se ci sono importanti iniziative ministeriali in atto, esistono già buone pratiche e c’è chi sostiene che lo sarà in futuro. Per ora percorsi di coding sono realizzati grazie alla passione e alla intraprendenza di qualche insegnante all’interno di progetti specifici, sebbene il mondo dei media, dell’editoria, della robotica educativa e dell’informatica di consumo in generale siano sempre più attenti in materia offrendo una varietà di strumenti e di proposte ricche ed interessanti per docenti e ragazzi.

In buona sostanza, in mancanza di un vero e proprio curricolo con linee guida precise e pianificate in base alle fasce di età, il coding a scuola è ancora un’attività fai-da-te.

Allo stesso modo la scuola dovrebbe farsi carico di diffondere una cultura digitale attiva e profonda sin dalla prima infanzia. Non può più funzionare una scuola in cui mediamente i ragazzi ne sanno più dei loro professori!

A mio avviso, infine, si dovrebbero gradualmente insegnare il pensiero computazionale e le STEM più ad ampio raggio e perfino la storia dell’informatica e di internet in modo da far capire l’origine e il funzionamento autentico dei mezzi tecnologici che usiamo tutti i giorni. Del resto, come si fa a capire il presente e ad affrontare il futuro senza conoscere il passato?

Cosa suggeriresti a un docente che vuole avvicinarsi al coding?

L’insegnante che vuole avvicinarsi al coding deve essere bravo a mettersi in gioco migliorando le proprie competenze, avere consapevolezza della propria azione didattica ed essere spinto da una grande forza di volontà e da un pizzico di creatività.

In base alla mia esperienza personale maturata sul campo, l’approccio che ritengo più efficace è quello della “didattica circolare”, trasversale alle discipline intorno ad un argomento di studio sfruttando i vari aspetti del coding.

Uno dei metodi più interessanti, immediati e divertenti per avvicinarsi al coding è di sicuro la pixel art, ma questa perde efficacia se ci si limita a scaricare da internet una schedina già pronta e a proporla passivamente ai bambini.

Per fare coding è invece necessario predisporre in primo luogo un ambiente informale di apprendimento di tipo laboratoriale, inteso come spazio d’azione condiviso, dove tutti sono alla pari, studenti e insegnanti, in cui affidare le attività agli alunni, i quali progettano, revisionano, procedono per tentativi, trovano soluzioni e le trasformano in procedure risolvendo i problemi che si presentano in forma collaborativa e con l’aiuto di vari mezzi, non solo tecnologici.

Così facendo la creazione di un disegno pixelato può offrire il pretesto per analizzare la struttura delle immagini digitali, il concetto di risoluzione, la rappresentazione in codice dei colori, il funzionamento dei software del computer, delle applicazioni web con cui realizzare un lavoro ex novo, oppure l’uso di qualche app per tablet specifica e via dicendo.

Il percorso può essere amplificato successivamente in un cartellone, un murale o un grande mosaico, usando tecniche e materiali diversi in un clima di apprendimento dove si impara facendo, in un ambiente in cui si possono ideare progetti con le costruzioni, realizzare lavoretti con le perline stirabili o con qualsiasi altro oggetto di recupero.

Infine, si possono riutilizzare le figure prodotte per immaginare ed elaborare percorsi di storytelling attraverso Scratch, robot educativi programmabili o dando loro nuova vita in 3D dentro i mondi virtuali di Minecraft ed ecco che il coding assume valore intrecciandosi con il tinkering in modo creativo e concreto.

In un contesto simile il “fare coding” può assumere un significato più profondo ed utile, decisamente meno astratto, più pratico ed accessibile.